ExoMars: una lezione da imparare

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ExoMars: una lezione da imparare

Troppi gli sciocchi che danno giudizi senza conoscere i fatti
di Enrico Ferrone

 

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Quante cose sono state dette sulla sonda europea ExoMars lanciata per l’esplorazione di Marte: qualcuno ha assicurato che una copertura mediatica del genere sarebbe stata impensabile in Italia, se solo tutto avesse funzionato. E invece no, secondo i più disinformati, che onestamente sono anche i più deficienti, come li definirebbe il nostro amico e collega de L’Indro Gabriele Della Rovere; da parte nostra, apprendiamo sul programma ExoMars 2016 solo da fonti qualificate, lasciando scorrere illazioni e falsi giudizi. Però, con la possibile modestia, affermiamo che ancora ci sono molte ipotesi sul segnale che non si è fatto strada alla fine della discesa del modulo Schiaparelli e che con ragionevole certezza l’ultima parte della missione non è si è conclusa. «Per quanto la speranza sia sempre l’ultima a morire, c’è una speranza limitata di poter risentire il lander Schiaparelli», ha dichiarato inizialmente il portavoce dell’Agenzia Spaziale Europea Franco Bonacina, aggiungendo che gli scienziati della missione stanno studiando una mole enorme di dati e le analisi sono in pieno svolgimento.

Armiamoci di un po’ di pazienza e cerchiamo di comprendere cosa agita i lupi affamati di sconfitte a cui ci sentiamo di dare onestamente non delle risposte, ma piuttosto domande sulla loro ironia fuori luogo.

Il lander che avrebbe dovuto posarsi a fine di una corsa di un milione di chilometri ad altissima velocità – da 42.000 km/h a velocità zero, incontrando a 21.000 km/h i primi strati dell’atmosfera marziana – è stato denominato con il nome di un astronomo e ingegnere italiano perché Giovanni Virginio Schiaparelli ha individuato per primo delle conformazioni geologiche sul pianeta Marte. Le rilevazioni sono avvenute a partire dal 1877 con gli strumenti che si immagina potessero esserci a pochi anni della dichiarazione di unità del nostro Paese. Solo per un errore linguistico dovuto alla leggerezza di chi tradusse le sue memorie, tra questi l’astronomo americano Percival Lowell, fu equivocato il significato delle sue ricerche e in America partì la fantasia che il pianeta in oggetto fosse abitato da esseri intelligenti. Giovanni Schiaparelli non lo ha mai sospettato e i suoi appunti ancora adesso sono un modello di rigore scientifico, imparzialmente certificato dall’Accademia dei Lincei, di cui faceva parte. Chi ha fatto stupidi sarcasmi su un nome che probabilmente si presta ad alcune distorsioni vada a fare qualche ricerca. Magari solo su internet così non gli costerà nemmeno un centesimo.

Ma il lander non ha mandato il segnale di ammartaggio. E’ vero. Il richiamo è stato perduto poco prima che il veicolo toccasse il suolo prefigurato dopo che – riporta Ansa – era stato ricevuto correttamente dal radiotelescopio Gmrt (Giant Metrewave Radio Telescope) che si trova a Pune, in India ma secondo Paolo Ferri, direttore delle operazioni di volo delle missioni dell’Esa, il contatto si è interrotto quando mancava un po’ meno di un minuto all’arrivo sul suolo. A quanto si apprende, il sistema potrebbe essere precipitato alla velocità di 300 km/h mentre scendeva da un’altezza compresa fra due e quattro chilometri. Esploso nell’impatto? Prematuro dirlo e con la stessa modestia dichiarata in precedenza inviteremmo i lettori alla massima prudenza. Sono troppi i fattori concorrenti in una missione così complessa per dar spazio ai propri pregiudizi.

Secondo l’Esa, le dimensioni relativamente estese della macchia che corrisponde al punto di discesa di Schiaparelli potrebbero corrispondere al sollevamento del materiale di superficie, ma si tratta di interpretazioni preliminari che dovranno essere confermate da ulteriori analisi.

La visibilità dell’accaduto è stata data dalla sonda Mro (Mars Reconnaissance Orbiter) in un’immagine che mostra due macchie scure: il paracadute e l’area di contatto, che si troverebbe a cinque chilometri a ovest del punto in cui Schiaparelli avrebbe dovuto toccare il suolo. Il fotogramma è stato scattato dalla camera Ctx che ha la risoluzione di sei metri per pixel: piuttosto bassa, secondo alcuni requisiti strategici. Sono attesi ulteriori dettagli nella prossima settimana, quando la sonda Mro tornerà a sorvolare la stessa zona e l’aerea interessata sarà fotografata dalla camera ad alta risoluzione HiRISE.

Resta poi il fatto che durante la discesa il sistema ha trasmesso molte informazioni alle basi terrestri: al centro di controllo di Darmstadt sono arrivati 600 megabyte di dati che gli strumenti hanno registrato durante la discesa. Così l’Esa non parla di insuccesso: Schiaparelli è un dimostratore tecnologico con il compito di testare gli impianti messi in campo per l’atterraggio. Il direttore delle operazioni planetarie del’agenzia europea Andrea Accomazzo ha detto: «Dal punto di vista ingegneristico questi dati sono esattamente ciò che volevamo». I rilievi saranno fondamentali per le prossime fase della missione ExoMars per studiare la fattibilità dell’atterraggio del rover. E’ evidente che c’è molto da fare e sicuramente molto si farà.

Naturalmente le registrazioni pervenute sono complesse e necessitano di processamenti molto impegnativi. Per questo le incertezze sono ampiamente giustificate. Sempre che si abbia voglia di comprenderlo e di non scherzare troppo sul lavoro di tecnici e ingegneri che in tutta Europa stanno mettendo a punto una missione di altissima tecnologia in netta sfida con la indiscussa qualità americana.

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E a proposito di Stati Uniti, questo imprevisto dovrebbe far riflettere chi ha promesso di mandare equipaggi umani sul Pianeta Rosso. Ancora la tecnologia non vive uno stato di maturità tale da poter garantire la massima sicurezza di carichi così preziosi. Ma è vero e lo abbiamo già scritto: gli americani hanno in mente da tempo di raggiungere Marte e porre anche là il proprio stendardo. Tuttavia, il 5 novembre 1964 lanciando il Mariner 3 tutti gli statunitensi videro annebbiare i propri sogni perché la copertura protettiva della sonda non riuscì ad aprirsi, ma nessuno sul Nuovo Continente si meravigliò e scherzò sulla capacità del proprio apparato di ricerca. E nemmeno vi furono troppi lazzi dopo il fallimento del 1992 dell’orbiter Mars Observer, anzi solo quando la Nasa lanciò il Mars Global Surveyor, il 7 novembre 1996 fu la prima missione riuscita degli Stati Uniti in due decenni e il primo successo realizzato. Ma dopo gli accaduti positivi che hanno riempito molte cronache, ci fu un’altra serie di fallimenti per il raggiungimento di Marte: l’orbiter giapponese Nozomi, il Mars Climate Orbiter, il Mars Polar Lander e i Deep Space 2 della Nasa sono gli esempi di come si possano collezionare insuccessi, alcuni anche clamorosi quali un’errata pianificazione dei sistemi di misurazione, senza poi cadere nel ridicolo. E’ il rischio di chi fa le cose e la compiacenza di quanti restano alla finestra a osservare come pettegolezzi di provincia.

Perché forse è proprio questo il punto. Da anni siamo abituati in Italia, ma il vizio sta dilagandosi, a criticare tutto e tutti a prescindere da conoscenza e conoscenze. E’ un modo farsesco di commentare gli eventi con la pericolosa amplificazione di una rete che è stata data in pasto ai cittadini senza alcuna preparazione scolastica o sociale. Il risultato è che sono troppe le persone che si ritengono nelle condizioni e nella capacità di saper valutare un evento sportivo al pari modo di un accadimento di geopolitica ovvero di ricerca sanitaria, tecnologica o finanziaria. E così, sparando a zero su tutto si perde credibilità nelle proprie affermazioni e sull’intero contesto in cui si sviluppano i fatti. E’ una leggerezza molto grave che potrebbe essere limitata da una lettura qualificata degli argomenti da trattare evitando le frettolose affermazioni degli ignoranti. E, per dirla con la voce del nostro collega prima nominato, anche dei deficienti.

 

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